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#16  burjan Ven 20 Gen, 2006 23:28

AMELIA (Ameria)


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A questa città le fonti letterarie attribuiscono un’origine antichissima: Plinio, citando Catone, sostiene addirittura che sia stata fondata nel 1134 a.C.  Essa avrebbe preso il suo nome antico, AMERIA,  dal fondatore Amiro.

La zona doveva essere stata in gran parte sotto l’influenza etrusca, almeno da quanto si deduce dagli elenchi dei materiali trovati nelle necropoli nell’800. Lungo la strada provinciale Amelia – Orvieto e in località Pantanelli furono rinvenute tombe a camera con copertura a volta, costruite con grandi massi rettangolari di tufo (IV sec. a.C.). Il territorio dominato dalla città doveva essere molto vasto, giungendo sicuramente fino al Tevere, probabilmente anche oltre.

Relativamente all’insediamento urbano, la testimonianza più notevole del periodo preromano è costituita da una poderosa cinta muraria. Contrariamente a quello che si pensa comunemente, la sezione in opera poligonale, risalente alla metà del III sec. a C. risale alla conquista romana. La sezione più antica, umbra, è in opera quadrata.  

Da notare che il crollo sembra essere dovuto a deficienze strutturali delle mura medievali sovraimposte a quelle umbre, che sono state incolpevolmente trascinate nella caduta.

Il primitivo insediamento abitativo di Amelia si sviluppò sull’Acropoli ossia la collina più alta e ben difesa dalla posizione naturale e dominante il sottostante territorio costituito da insediamenti sparsi.

La costruzione delle Mura, risalente secondo alcuni storici al VI secolo e IV secolo, conferì alla città la sua definitiva conformazione che corrisponde all’attuale centro storico.

Il carattere misto, umbro-etrusco, del centro, è confermato dal ritrovamento, in un sepolcro poco lontano da Amelia, di una iscrizione umbra. A questa testimonianza è da aggiungere la presenza di una serie di bronzetti a tipo italico  (alcuni di essi, rappresentanti Marte in assalto e figure maschili, si trovano presso il Museo di Villa Giulia a Roma), spesso in associazione con serie monetali di età medio-repubblicana. A tali manufatti si affianca una Demetra in bronzo seduta su un carro, forse del V sec. a.C., conservata attualmente al British Museum .

Passata, all’inizio del III sec. a.C. nell’orbita di Roma, Amelia si costituì in municipio nel I sec. a.C. , venendo aggregata alla tribù Clustumina. Assai numerose sono le iscrizioni relative sia al municipio che alle cariche pubbliche.

Appartenente alla gens Roscia, una famiglia di Amelia,  fu il protagonista delle prime cause perorate da Cicerone; Sexto Roscio era un nobile di Amelia sostenitore di Silla nella guerra che lo oppose a Mario. Venne ucciso da un tal Crisostomo, su mandato dello stesso Silla, del quale aveva perso i favori, ma del delitto venne accusato il figlio per poter confiscare le terre alla famiglia.
La difesa che ne fece il giovane Cicerone fu l’occasione per denunciare i mali della dittatura: il giovane fu assolto e il vero colpevole condannato.

La città è ricordata dagli scrittori di agricoltura romani per la produzione di mele, note per presunte proprietà terapeutiche; di un particolare tipo di pere; di salici, utilizzati per legature e la produzione di ceste. L’interesse prevalentemente agricolo dell’economia amerina è attestato dalla presenza di numerose ville rustiche d’età romana. Tuttavia, l’industria laterizia assai fiorente è rappresentata, qui come a Narni e ad Otricoli, dalla presenza di numerose officine di “figuli”, il cui nome ci è tramandato attraverso i bolli impressi su mattoni e tegole, alcuni dei quali testimoniano il commercio con Roma.
 




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#17  burjan Mer 25 Gen, 2006 22:59

CAMERINO (Kamars)

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Avrete già capito che per comprendere l’Umbria antica occorre andare ben oltre i confini di quella moderna. Può sembrare strano, ma quella che è oggi una pietra miliare dell’identità marchigiana è nata come città degli Umbri, e come tale ci viene concordemente ricordata da tutti gli scrittori dell’antichità. Certo, ben presto gli influssi della civiltà picena si sono fatti sentire, e molto; ma Camerino resta fondamentale nella nostra storia. Fu decisiva la sua fedeltà a Roma nel trascinare l’intera regione nell’orbita dell’Urbe, della quale costituì un preziosissimo avamposto nel cuore dell’Appennino.

La piccola cittadina arroccata - da cui deriva anche il nome, da Kamars: roccia - si solleva dal colle dal quale sembra tenersi tramite le alte mura che ne delimitano i confini e ne raccontano la storia lunga secoli.
La storia di Camerino affonda le radici oltre il neolitico, come attestano le frequenti tracce che s'incontrano nel territorio.  

Nell'Età del Ferro il suo territorio si collocava in un'area fortemente caratterizzata sia dalla cultura picena che da quella strettamente umbra, fortemente condizionata anche dalla vicinanza e dai contatti commerciali con il vicino mondo etrusco e, a partire dal IV secolo, anche con quello gallico. Proprio tali contatti ne permisero il fiorire fra VI e III sec. a.C. quando il mondo piceno subì invece una crisi generalizzata.

Particolarmente intensi erano i rapporti economici del municipium con l'Etruria meridionale, fondati originariamente sulla transumanza. A partire dal VI sec. le tribù celtiche senoniche tendono ad occupare gran parte del territorio delle attuali Marche, e nel territorio camerte ve ne sono molte testimonianze.

Alleata di Roma nella seconda guerra sannitica, Camerino concluse con la città eterna un aequum foedus (309 a.C.), ossia un trattato d’alleanza a condizioni di piena parità, che è ricordato da Livio e definito da Cicerone sanctissimum atque aequissimum.

Nella seconda guerra punica il console Caio Mario, dopo aver ammirato il coraggio delle coorti camerti ancora una volta accorse in aiuto di Roma, ne esaltò il valore onorandole della cittadinanza romana (101 a.C.).Durante l'impero, come municipio e poi colonia, dispose di propri magistrati.
 




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#18  tifernate Sab 28 Gen, 2006 22:37

Saranno questi riti a portar jella?  
Tutto molto bello, Burjan trovato nulla di Tifernum Castrum Felicitatis?  

 
 




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#19  burjan Dom 29 Gen, 2006 00:18

CITTA’ DI CASTELLO (Tifernum Tiberinum)


6

Su Città di Castello, come già per Terni, sento il bisogno di scrivere una piccola premessa.

Tutti i folignati sentono di avere una forte affinità con i tifernati (cast'lèni). Ne parlano sempre con grande simpatia. In effetti, ternani e tifernati sono secondo me  gli umbri meno arcigni e riservati, lontani dai bronci e dalle conventicole perugine, dal costante sarcasmo folignate e spoletino, dalle terribili asprezze appenniniche.
Foligno e Città di castello sono probabilmente le due città più padane dell'Umbria; entrambe in pianura, entrambe operose (come si diceva una volta), entrambe discrete. In entrambe abbondano i cognomi romagnoli e marchigiani; si guarda all'Adriatico, anche se Arezzo e Perugia ricordano ad entrambe che la condivisione dei destini tirrenici è inevitabile.

Si sarebbe portati a credere che Città di Castello non si senta Umbra; ma non condivido questa ipotesi. Nella sala del Consiglio Comunale c'è una bella statua di donna, forte, prosperosa, sicura di sè: raffigura l'Umbria. Una Umbria che senza il suo estremo nordico, aperto e cordiale non sarebbe assolutamente la stessa.  

Veniamo adesso alla Città di Castello umbra: Tifernum Tiberinum. Il nome di Castrum Felicitatis risale alla tarda antichità. Non si deve credere, d'altra parte, che la parola Tifernum derivi dal nome latino del Tevere "Tibur"; è invece un toponimo di incerta origine, molto comune in tutte le aree abitate dai popoli di lingua osco-umbra. Possiamo citare Tifernum Metaurense (S.Angelo in Vado) ed un'altra Tifernum, addirittura nel Sannio, di incerta collocazione.  

Le prime capanne su palafitte vennero costruite su isolotti del lago Tiberino, che già intorno al IX-X sec. a.C. stava ritirandosi.  

Il ritrovamento protostorico più importante è quello di Riosecco, ma frequentazioni umane sono attestate già in epoca neolitica. L’abitato era esteso oltre un ettaro, dotato di grandi edifici rettangolari con alzato ligneo. I materiali restituiti da alcuni scavi  possono essere datati dalla fine dell’VIII sec. a.C. al VI sec. a.C.; e nei dintorni, quali Trestina, Lerchi e Fabrecce, ne sono emersi altri risalenti al IX, X secolo. Viene tra l'altro rilevata, in base all'esistenza di un tempio che si trovava a Tifernum e dedicato a Venere vincitrice, la possibilità che vi fosse un porto sul Tevere, dato che in Umbria era frequente il legame fra divinità femminili guerriere e i porti fluviali.

Nel VII secolo a.C. circa la città, come del resto tutta l’Umbria cominciò ad avere scambi commerciali con il popolo degli Etruschi che erano penetrati fino alla sponda destra del Tevere.
Purtroppo, sembra da recenti ritrovamenti archeologici che i vicini non si limitarono a commerciare, distruggendo la città ed occupando il suo territorio nel corso del VI sec. a.C; momento in cui conquistarono le colline alla riva  sinistra del Tevere, fino a Perugia.

E' incerta la data in cui Tifernum entrò nell'orbita romana; probabilmente insieme a Sarsina, dopo la vittoria romana contro di essa, nel 266 a.C.

Dal I secolo a.C. divenne municipio romano, di cui patrono più illustre fu Gaio Plinio Cecilio Secondo detto Plinio il Giovane, il quale, secondo quanto affermato in una sua lettera, fece erigere un tempio, ultimato nel 103 o 104 d. C., di cui non si conosce la collocazione. Certamente la gens Plinia possedeva vasti latifondi nelle vicinanze della città ed una villa è più volte ricordata dallo stesso Plinio il Giovane nelle sue lettere; gli scavi operati in località Santa Fiora, nel Comune di San Giustino,condotti dall'Università degli Studi di Perugia in collaborazione con l'Università di Alicante, hanno permesso di individuare la collocazione della villa di Plinio il Giovane.

Le presenze archeologiche interne all’era urbana sono concentrate in un’area ristretta e con un’organizzazione topografica ben definita, delimitata dall’odierno Corso Vittorio Emanuele, forse l’antico cardo maximus. Lo scavo ha restituito due epigrafi e una base di statua rinvenute tra il muro in opera reticolata e l’ingresso all’arena. Le iscrizioni sono dedicate a Caio Palio e Caio Tussidio Marciano, magistrati appartenenti alla tribù Clustumina, tribù dominante per gli abitanti di Tifernum Tiberinum ed alla quale furono iscritte, dopo la guerra sociale, moltissime città umbre;

Grazie ai recenti rinvenimenti all’interno dell’area urbana tra le attuali vie G. Oberdan, Borgo Farinario e  delle Santucce (la cosiddetta  area ex F.A.T.), il centro antico ha assunto connotati più precisi. La struttura recentemente scoperta ha una forma ellissoidale definita da due muri in opera a sacco, divisi da un'intercapedine, e con il paramento esterno in opera vittata. I confronti più vicini per la struttura ellittica rientrano nella categoria delle palestre e soprattutto degli anfiteatri, anche se è evidente come in questo caso manchino gli elementi strutturali di sostegno della cavea, ma non sembra inverosimile ipotizzare che l'impianto utilizzasse il terrapieno naturale. Tipologicamente l'impianto anfiteatrale potrebbe essere avvicinato ai tipi cosiddetti "provinciali", privi dell'elevato tipico, con arena scavata e cavea che poggia in parte su un'elevazione naturale e in parte costruita a terrapieno frazionato. La datazione di questo edificio che era comunque adibito a spettacoli può essere fissata nel I sec. d.C. L’anfiteatro è quindi il primo rinvenimento di carattere urbanistico riferibile ad una zona pubblica di Tifernum Tiberinum, ubicato in un’area, il quartiere Mattonata, dove sono concentrate le principali evidenze archeologiche in particolare i pavimenti a mosaico, riferibili probabilmente a domus. Il sistema di canalizzazione, che attraversa tutta la zona e taglia in due casi anche le strutture murarie, fa supporre l'esistenza di terme.
In alcune abitazioni private si possono invece vedere  mosaici di epoca romana.

Nel Palazzo comunale sono custodite alcune iscrizioni romane, fra cui questa:

Lucius Vennius Sabinus, cum
Efficace filio, fontem et
conceptum aquae, suis
terminis usque ad kaput,
formae publicae
Tifernatibus Tiberinis
dono dedit

 




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Messaggio La Battaglia di Sentino

#20  burjan Dom 29 Gen, 2006 15:15

SENTINO, Agosto 295 a.C. LA BATTAGLIA DELLE NAZIONI

La battaglia di Sentino è sicuramente l’evento più importante di tutta la storia della nostra regione, non soltanto di quella antica. Con essa, l’Umbria lega definitivamente e per sempre il suo destino a quello di Roma; legame che non verrà mai più meno, nel bene e nel male.

Grazie ad un recente e ben documentato studio di Federico Uncini, pubblicato su

http://www.fabrianostorica.it/contr...ano/sentino.htm

possiamo ora ricostruire, anche con intuizioni innovative rispetto alla versione tradizionale, lo svolgimento di questa terribile battaglia.

ANTEFATTO

E’ il 295 a.C. Siamo nel momento decisivo della terza guerra sannitica. I Romani stanno circondando i fieri montanari del Molise con un cappio fatto di alleanze, colonie, annessioni pure e semplici. La loro strategia è chiara: appoggiarsi alle oligarchie schiavistiche di ogni città e tribù, alle quali garantire, con la invincibile forza delle legioni, la forza militare necessaria per mantenere e rafforzare la propria egemonia sociale, politica ed economica.

Stavolta, però, anche i Sanniti hanno un piano. Sono comandati da un geniale “meddix tuticus”: Gellio Egnazio. Il quale riesce a fare due operazioni di prim’ordine: una diplomatica, tessendo un’alleanza con Etruschi, Umbri e Galli Senoni; l’altra militare. Si rende infatti conto che soltanto concentrando tutte le forze dell’alleanza e annientando in un colpo solo le legioni di Roma si potrà togliere ad essa l’egemonia sulla penisola italiana. Si tratta quindi nientemeno che di portare l’intero esercito sannita attraverso i passi dell’Abruzzo, facendolo congiungere con quello degli alleati nelle attuali Marche.

Questa regione, con  la neutralità dichiarata dei Piceni, era praticamente in mano ai Galli Senoni, dal fiume Esino fino a Rimini. Teoricamente, gli Umbri erano in massima parte ostili a Roma: Perugini, Spoletini, Eugubini facevano parte della lega, solo i Camerti di Camerino erano alleati dei Romani. In realtà, lo svolgimento degli eventi autorizza in merito più di un dubbio.

All’inizio del 295 a.C. la lega italica incominciò a radunare gli eserciti nella Gallia  Senonia, nell’agro Sentinate, da dove si poteva attraversare l’Appennino e prendere l’offensiva verso i territori  occupati dal nemico.
Roma dovette ancora una volta impiegare tutte le risorse umane di cui disponeva e le migliori strategie contro la forte coalizione avversaria.

Roma in  questa situazione politico-geografica ebbe un canale preferenziale e favorevole che le consentì di spingersi nella Gallia Senonia, facendo anche affidamento sulla alleata Camerino, che si trovava a circa 35 miglia da Sentino.

Polibio ci fa sapere che all'inizio della primavera del 295 a.C. una legione affidata al propretore L. Scipione fu lasciata presso Camerino. E qui sorge il primo dubbio: come poteva la legione aver raggiunto Camerino, senza l’appoggio, o quantomeno la neutralità, dei popoli umbri dei Fulginates, e soprattutto dei Plestini, che da tempo immemorabile tenevano il Valico di Colfiorito? Sembra che lungo il tragitto per Camerino da Narni, già colonia romana, passando per Terni, Spoleto e Foligno, i Romani non abbiano incontrato alcun ostacolo. A meno che Scipione non avesse scelto di inerpicarsi per le aspre montagne della Valnerina, cosa assai improbabile, è lecito dedurre che almeno gli Umbri meridionali non si siano imbarcati nell’alleanza antiromana.
 
Dopo vari dibattiti politico - militari svoltisi al senato di Roma, i consoli Decio Mure e Quinto Fabio Massimo Rulliano partirono nell'estate alla volta dell'Etruria. Prima che questi giungessero in quella regione, i Galli Senoni si mossero in  gran numero alla volta di  Camerino. Contemporaneamente altri due eserciti furono inviati dai Romani a fronteggiare gli Etruschi non lungi dall'Urbe, uno nel territorio dei Falisci e un'altro nell'agro Vaticano.
 
Scipione riuscì  in un modo o nell’altro ad arrivare a Camerino, ma qui ebbe un’amara sorpresa: i Sanniti erano riusciti a passare nelle Marche e avevano unito le loro forze con quelle dei Galli Senoni. Li affrontò in battaglia, ma venne sonoramente battuto.

In quel periodo D. Mure e Q. Fabio Rulliano erano a Roma per preparare gli eserciti contro la Lega e, saputo della disfatta di L. Scipione, si affrettarono ad attraversare l’Appennino per confrontarsi  a Sentino con la coalizione italica.
Ancora una volta, le legioni valicano l’Appennino a Colfiorito senza problemi ed affrontano la Lega sul versante appenninico orientale.

Lo spostamento delle legioni romane per giungere a Sentino  è riportato sommariamente da T.Livio nella Storia di Roma: "I consoli valicato l'Appennino raggiunsero il nemico nel territorio di Sentino; ivi ,a circa quattro miglia di distanza, fu posto l'accampamento.
I Romani da Camerino scesero lungo la valle fluviale costeggiando l’ Esino fino a Cerreto, poi  risalirono le alture delle Serre e arrivarono nella piana di Fabriano tramite la via di S.Croce.
Questo percorso fu utilizzato anticamente per i collegamenti tra l'Umbria, la valle Esina  e del Potenza ed   un tratto è citato nelle carte di S.Vittore delle Chiuse come "la via rumana proveniente da campu d'olmo". Testimonianza della frequentazione di questa direttrice sono gli insediamenti Piceni rinvenuti nelle località di Incrocca di Cerreto, Cavalieri, Matelica e Pitinio di S.Severino. I Romani si fermarono nella vasta pianura di S. Maria in Campo, probabilmente, senza oltrepassare il Giano. Il loro accampamento fu ubicato a circa quattro miglia da quello degli avversari , stanziati nelle piane dell’agro sentinate, comprese tra Marischio e Camoiano . La pianura di Fabriano  poteva allora ospitare un esercito di quattro legioni, pari a circa 20000 uomini, sia per la sua posizione strategica che permetteva  di osservare il nemico accampato di fronte, sia per la presenza di corsi d'acqua e sorgenti necessarie per dissetare i numerosi fanti e cavalli. (fiumi Giano, Burano, Argignano,).
I Romani si  portarono al loro seguito  un  numero di alleati pari alle legioni( circa 20.000 uomini) e 1000 cavalieri campani. Quindi i loro accampamenti potrebbero essere stati due: uno dei legionari e uno degli alleati.
Le aree pianeggianti esistenti allora nel  territorio fabrianese erano : le Quaderelle di Cerreto, le Quadrelle di Albacina, la piana delle Muregini(Tuficum), la piana dei Tiberi, Campo d'Olmo e la piana di S. Maria in Campo. Le legioni potevano aver posto il campo nei pressi dell’odierna città di Fabriano,  nella contrada del Piano. Difatti nelle antiche carte medievali detta contrada ha la configurazione geometrica del castrum.
 
Gli Umbri, almeno quelli che avevano aderito alla Lega, e gli Etruschi arrivarono sul campo di battaglia di Sentino, attraverso i passi montani dell’Appennino( Croce d' Appennino, Chiaromonte, Testagrossa ecc.) e si accamparono nelle piane di S.Cassiano,  Pegliole , Marischio e Camoiano.

I Sanniti, provenienti dal Molise e l' Irpinia ,attraversarono il Piceno percorrendo la pedemontana Firmium,  Urbus Salvia, Helvia Recina, Auximum, Aesis senza essere disturbati dai Piceni, che mantenevano una posizione neutrale al conflitto.
Essi raggiunsero gli alleati  nelle piane  di Marischio – Camoiano tramite le valli del Misa, Cesano, Esino e la via di Sentino -Attidio.
I  Senoni, già padroni del territorio Sentinate si schierarono a fianco dei Sanniti, nella stessa area,seguendo le medesime strade sicuramente adatte al transito dei carri da combattimento.
La testimonianza della frequentazione di questi mezzi da guerra,  nella zona di Fabriano, ci è data dai loro ritrovamenti  nella tomba celtica di Moscano e  nelle necropoli Picene di S.Maria in Campo e della stazione ferroviaria di Fabriano.
 
Lo scontro di Sentino  tra i Romani e la Lega Italica è raccontato dettagliatamente da Tito Livio:<< Si tennero quindi delle consultazioni fra gli alleati, e si convenne di non  congiungere tutte le forze in un solo accampamento e di non scendere a battaglia contemporaneamente; i Galli si unirono ai Sanniti, gli Etruschi agli Umbri. Venne fissato il giorno del combattimento ; alla battaglia furono destinati i Sanniti e i Galli; gli Etruschi e gli Umbri ebbero l'incarico di assalire il campo romano proprio nel mezzo del combattimento. Guastarono questi piani  tre disertori di Chiusi, i quali durante la notte passarono al console Fabio e gli rivelarono i progetti dei nemici; essi furono quindi congedati con dei doni, perché continuassero a spiare e riferissero qualunque nuova decisione venisse presa. I consoli scrivono a Fulvio e a Postumio di fare avanzare i loro eserciti, rispettivamente dal territorio dei Falisci e dall' Agro Vaticano, verso Chiusi e di devastare con estrema violenza il paese dei nemici. La notizia di tale  devastazione indusse gli Etruschi ed Umbri ad allontanarsi dal territorio di Sentino per difendere il loro paese>> .

Nuovo dubbio: dato lo stato delle comunicazioni dell’epoca, quante settimane avrebbero dovuto trascorrere i due eserciti accampati l’uno di fronte all’altro? I Romani mandano messaggeri fino a Civita Castellana (minimo tre giorni); le legioni iniziano i saccheggi nei territori umbro-etruschi (minimo altri quattro-cinque giorni); se si ammettono altri cinque-sei giorni perché la notizia filtri nel campo alleato e maturi una decisione così drammatica, è evidente che si ha un totale minimo di quindici giorni di confronto senza scontro. Il che, conoscendo mezzi, tecniche e approvvigionamenti degli eserciti del tempo, appare davvero poco probabile.

Io ritengo che la decisione Umbro-Etrusca di abbandonare il campo, determinando così la vittoria romana, sia  dovuta a un calcolo politico: un pezzo delle élites si era resa conto che i Romani, sicuramente indeboliti dalla battaglia, sarebbero stati vicini più concilianti dei rozzi Sanniti e dei predoni Galli.

I Romani lasciarono i loro accampamenti, oltrepassarono il fiume Giano e si prepararono alla battaglia schierandosi nell'area del Maragone e l' attuale stazione ferroviaria di Fabriano.
L'esercito della Lega avanzò nella stessa direzione dal versante opposto, attraverso  la pianura di Camoiano-Marischio.

SVOLGIMENTO

Lo scontro fu molto violento, tanto che nella prima fase della battaglia i Romani ripiegarono verso i loro accampamenti essendo stati sorpresi dalle forti urla dei Galli e dalla rapida avanzata dei loro carri da guerra. La cavalleria romana si spaventò, indietreggiò disordinatamente, fino a travolgere la stessa fanteria che volgeva all'attacco. Il console D. Mure tentò invano di fermare i suoi militi in fuga e  visto che la situazione volgeva al peggio, decise di sacrificarsi facendo voto di morte gettandosi nella mischia, dove rimase ucciso . Questo sacrificio arrestò la ritirata dei Romani e la furia dei Galli venne contenuta. In realtà, a fermare gli avversari non fu il sacrificio di D. Mure  ma la stanchezza sopraggiunta ai Galli dovuta al clima estivo; infatti la battaglia si svolse nel mese di Agosto. L'impeto dei barbari si attenuò: essi cominciarono a retrocedere travolgendo con i loro carri i propri guerrieri che battevano in ritirata. In quel difficile momento vi fu anche una forte resistenza da parte dei legionari triari che erano molto esperti nel superare situazioni critiche. Essi entrarono in combattimento in un secondo momento ed essendo freschi ed esperti, spezzarono lo slancio degli alleati. I Romani presero il sopravvento e spinsero i nemici verso la piana di Marischio-Camoiano. Incalzati da Fabio e dalle sue legioni, con una  travolgente avanzata arrivarono fino agli accampamenti dei Sanniti e dei Galli. Nonostante una resistenza disperata, il campo dei Sanniti fu espugnato. Il loro duce Gellio Egnazio cadde nella difesa. I Galli furono assaliti alle spalle e sterminati prima di arrivare al loro accampamento.
I Romani ottennero una strepitosa vittoria, furono  25.000 i morti fra i Galli e i Sanniti, 8000 prigionieri e  8000  i caduti Romani. Fu una battaglia  svolta con molte forze in campo accompagnata da movimenti di cavalleria e di carri che  esigevano aree di combattimento molto vaste e la pianura di Fabriano era la più idonea per tali manovre militari. T.Livio nel suo racconto conferma la vastità  dei combattimenti affermando che “le spoglie del console  D. Mure furono ritrovate dopo due giorni di faticose ricerche”.

Sentinum fu per i Romani il momento culminante della terza guerra sannitica. La notizia della loro vittoria si diffuse rapidamente in tutto il mondo allora conosciuto.

Già prima della fine del 295 a.C. il vittorioso console Fabio Rulliano si era accinto all’impresa di portare a termine l’assoggettamento degli Etruschi e di ricevere la sottomissione degli Umbri; riportò una grande vittoria presso Perugia, Bevagna  e Nocera passarono sotto il controllo di Roma, anche Gubbio fu costretta ad accettare un duro trattato di alleanza. Data a questo momento, sicuramente, anche l’ingresso di Gualdo Tadino nella sfera d’influenza romana.

Dopo Sentino, la sola Sarsina rimaneva l’ultimo baluardo dell’Umbria libera. Il suo turno sarebbe venuto nel 266 a.C.

Sentino è oggi una interessante area archeologica.

http://www.museionline.it/percorsi/...o_sassoferr.htm
 




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Messaggio LA GUERRA SOCIALE

#21  burjan Sab 04 Feb, 2006 23:06

Facciamo una scommessa. Quanti di voi, dei tempi della scuola, ricordano le guerre puniche?
E le campagne di Giulio Cesare contro la Gallia? Le romanzesche vicende di Antonio  e Cleopatra?
Tutte storie che ormai fanno parte del normale bagaglio culturale di qualsiasi italiano di media cultura. Non solo: tutti argomenti di decine di trasmissioni televisive.

Vi sorprenderò, ma secondo gli autori antichi, la Guerra Sociale è la più grande e sanguinosa guerra mai combattuta sul suolo italiano prima dell’avvento delle armi da fuoco. Secondo alcune stime, provocò appena la metà delle vittime della Grande Guerra: trecentomila.  E’ la guerra da cui nasce lo Stato romano inteso come organizzazione statale di tutta la penisola italiana; quella in cui, per la prima volta, un esercito scende in campo in nome dell’idea di Italia.  Al termine di questa guerra, gli attuali italiani si troveranno su un terreno di almeno teorica indipendenza ed eguaglianza. Ad ogni effetto, l’atto di nascita della nostra nazione.

Stupiti? Scioccati? Mai sentito nominare la Guerra Sociale? Preparatevi, perché le sorprese non sono finite.

Alla faccia del povero Goffredo Mameli, la guerra che fece nascere l’Italia fu combattuta dagli Italiani  CONTRO Roma. Non solo.

Tanto dal punto di vista militare che da quello politico,  la guerra si concluse con una sostanziale sconfitta di Roma, della sua classe dirigente, della sua politica istituzionale. Dopo due anni di tremende batoste, l’orgogliosa città-stato dei patrizi si trasformò, volente o nolente, nella capitale di un’organizzazione ai cui vertici potevano ascendere cittadini di ogni parte d’Italia: dall’arpinate Cicerone, fino all’etrusco Mecenate, fino all’umbro-sabino imperatore Vespasiano.

Gli storici latini furono molto abili nel trasformare in sofferta vittoria questa sostanziale sconfitta. Eppure, che di sconfitta si sia trattato lo rivela un episodio emblematico: neanche il feroce tiranno Silla, che pure sterminerà i Sanniti, rei di essersi schierati, qualche anno dopo, a fianco del partito democratico nella guerra civile, avrà il coraggio di rimettere in discussione i diritti acquisiti dagli italiani. Cittadini romani saranno diventati e cittadini romani resteranno.

E qui viene il bello. Secondo la ricostruzione del grande storico canadese E.T. Salmon, esposta nel suo celebre volume sui Sanniti, l’esito di questa guerra fu deciso, in ultima analisi, proprio dagli Umbri.   I quali, nel momento decisivo del conflitto, scesero in campo a fianco degli insorti italici, convincendo i Romani a cedere ed a concedere ad essi la cittadinanza romana, con parità di diritti.

Peccato che, di questa guerra, i libri di storia parlino poco o per niente. Quanti di voi l’hanno mai sentita nominare?

Sarà forse perché i nostri programmi scolastici, ancora imbevuti della cultura idealista del Ventennio, non possono diffondere fra le giovani generazioni la nozione che l’idea di Patria italiana si sia formata in una guerra CONTRO Roma?

Nel prossimo topic, ripercorreremo in sintesi le appassionanti vicende belliche, degne di essere rappresentate in un grande romanzo o in un grande film. In ogni caso, immeritevoli dell’oblìo cui una storiografia asservita alla falsa retorica di regime le ha sprofondate.

Tutte fantasie? Beh, presto vi racconterò come è nata e si è diffusa la teoria dell’origine autoctona, italiana, degli Etruschi. Ci sarà molto da ridere.
 




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Messaggio LA GUERRA SOCIALE - 2

#22  burjan Dom 05 Feb, 2006 23:05

LE PREMESSE

Fino all’80 a.C., l’Italia non era uno Stato. Il vero e proprio dominio della città-stato di Roma (l’ager romanus) si estendeva su circa un quarto della penisola italiana. La cittadinanza romana era appannaggio, al di fuori dell’Urbe, delle città latine e delle colonie romane, nonché della maggior parte delle aristocrazie locali, soprattutto umbre, etrusche e campane.

Il resto del paese era organizzato in due modi: per città – stato (Umbri, Etruschi, Magna Grecia) o per tribù (Marsi, Sanniti, Peligni, Apuli, etc.). L’organizzazione tribale era tipica dei popoli che ancora non avevano adottato un’economia schiavistica, o che l’avevano fatto ancora in parte. Erano ancora maggioritarie forme collettive di utilizzazione della terra, era molto presente la piccola proprietà contadina, e, proprio per questo, dalle zone ancora tribali proveniva la maggior parte dei soldati di Roma. Lo schiavismo diffuso, infatti, portava generalmente alla proletarizzazione ed all’immiserimento dei contadini, i quali non potevano più equipaggiarsi per andare in guerra.

Città e tribù erano in ogni caso legate a Roma da trattati di alleanza, spesso stipulati solo verbalmente, che non prevedevano il versamento di tributi in denaro (Roma avrà una rozza moneta solo a partire dalle guerre annibaliche, alla fine del III secolo a.C.!!!!), spesso anche vantaggiosi, in casi limite persino totalmente paritari (abbiamo già citato il caso di Camerino). L’Urbe pretendeva dai suoi alleati solo due cose: regimi aristocratici che tenessero il popolo al loro posto e, soprattutto, la fornitura di ingenti quantitativi di truppe e mezzi. Truppe e mezzi che spettava solo all’Urbe utilizzare, in quanto gli alleati (socii) cedevano ad essa ogni potere in materia di politica estera e di difesa.

A questo pagamento di tasse in carne da cannone non corrispondeva una parità di diritti. Roma si ingeriva spesso nella vita delle comunità locali; nel 193 a.C. il Senato vietò i popolarissimi culti di Dioniso con una delibera che violava esplicitamente la sovranità nazionale degli altri Stati della penisola; i magistrati romani in visita ispettiva trattavano ignobilmente i magistrati delle città in cui si trovavano a passare; le truppe fornite dagli alleati venivano schierate nei luoghi e nelle posizioni più rischiose (un classico: il fronte spagnolo, davanti alle terribili tribù celtiberiche), e si calcola che avessero almeno il doppio della media dei morti registrati fra i militari romani. Per tacere dei frequentissimi, generalizzati episodi di nonnismo.

Chi si opponeva era semplicemente massacrato.

Questo andazzo continuò per secoli, in forme sempre più accentuate. C’è da dire che i popoli ad organizzazione tribale, meno assimilati ai Romani, venivano trattati molto peggio degli altri, mentre i nostri antenati Umbri e le città magno-greche godevano generalmente di molta maggiore considerazione e di un miglior trattamento.

Sotto la cenere della quotidiana disperazione delle classi subalterne italiche covava quindi il malcontento. Il grave errore dei romani fu di comportarsi con tanta arroganza e disprezzo, da estendere quest’odio anche a consistenti segmenti delle classi aristocratiche.

Negli ultimi decenni del II secolo a.C., il partito popolare (l’Ulivo di allora) romano cercò di combattere il latifondismo e di difendere la piccola proprietà agricola, in crisi, ridistribuendo ampie fette dell’ager romanus.

Cos’era l’ager romanus? Beh, per farla semplice, ricordiamo come Roma fosse, fino alla fine del VI secolo a.C., ad ogni effetto una città etrusca. Gli etruschi, popolo culturalmente (per adesso accontentiamoci di questo) legato all’Oriente, sulle orme delle istituzioni della civiltà egizia, non concepivano la proprietà privata della terra. Almeno in teoria. La terra era dello Stato, ed i privati non potevano possederne più di un tot, se non in usufrutto. In teoria, pertanto, lo Stato aveva pieno diritto di espropriare senza indennizzo la terra a chi ne era semplice detentore, ridistribuendola fra uno o più cittadini.
I popolari inizialmente tentano di togliere la terra ai patrizi romani. Il tentativo finisce male, soprattutto per molti loro capi (vedi i Gracchi), che finiscono generalmente ammazzati. Così,  hanno un’idea migliore: concentrarsi sull’ager romanus detenuto non da cittadini romani, ma, spesso abusivamente, dalle aristocrazie italiche, senza diritti in quanto spesso senza cittadinanza romana.

A questo punto, anche gli aristocratici sono stufi dei Romani; ma hanno un’idea culturalmente innovativa, vincente. Anziché ribellarsi CONTRO Roma, si ribellano per diventare cittadini romani di pieno diritto, in modo tale da poter votare le leggi di Roma e da potersi difendere nei tribunali romani.
 Nel 91 a.C. Piceni, Marsi, Vestini, Peligni, Marrucini, Frentani, Irpini, Pompeiani, Venusini, Japigi, Lucani e Sanniti si uniscono in una formidabile alleanza politica, dandosi istituzioni comuni, alternative rispetto a quelle romane, e chiedendo a gran voce la cittadinanza romana. In particolare, i Marsi, i più vicini a Roma, marciano pacificamente sulla capitale per presentare questa loro richiesta. Con incredibile cecità politica, patrizi e plebei romani rispondono all’unisono picche.  
I tempi erano maturi per una rivolta generalizzata degli alleati italici contro Roma, la lega che era stata costituita fra gli alleati a scopi politici si tramutò in una organizzazione militare.
 




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Messaggio LA GUERRA SOCIALE - 3

#23  burjan Lun 06 Feb, 2006 22:30

LA GUERRA

L'episodio che scatenò la guerra sociale accadde ad Ascoli Piceno nel 91 a.C. Il pretore Caio Servilio, venuto a sapere che Ascoli scambiava ostaggi con le città circostanti, si recò sul luogo con un piccolo reparto. Riuniti gli abitanti in un teatro, infiammò gli ascolani con un discorso dai toni ostili e minacciosi. Il clima era già teso, il discorso fu la goccia che fece traboccare il vaso: la platea assalì Servilio uccidendolo assieme al suo legato, successivamente, tutti i cittadini romani che si trovavano in città furono massacrati.

La rivolta di Ascoli era il segnale che gli altri italici stavano aspettando. I rivoltosi potevano disporre di una forza di circa 100.000 uomini, erano addestrati, come si è già detto, equipaggiati con le stesse armi dei romani e forse maggiormente dediti alla causa per la quale combattevano rispetto ai nemici. I romani, per contro, mettevano sul piatto della bilancia lo stesso numero di uomini e potevano contare sull'appoggio delle proprie colonie, situate in posizioni strategiche su tutto il territorio italico. Umbri, Etruschi e Magna Grecia, per ora, restavano con Roma.

Infine, la lega dei rivoltosi organizzò uno stato parallelo, con proprie leggi, proprie istituzioni, propri consoli e propri senatori, perfino una propria moneta (nella quale un toro, simbolo dei sanniti, prendeva a cornate la lupa capitolina!). La capitale dello stato italico fu Corfinio, nella regione dei Peligni, in Abruzzo.

La guerra ebbe inizio nel 91 a.C., lo stesso anno della sollevazione di Ascoli. I primi anni furono contraddistinti, per i romani, da numerosi insuccessi.

Gli italici attaccarono dapprima le fortezze, dandosi all'azione di guerriglia, in un secondo momento cominciarono le battaglie campali vere e proprie.
Nel sud l'esercito romano era capitanato dal console Lucio Giulio Cesare (uno dei legati era Silla). Il tentativo di attaccare i sanniti portò ad una rovinosa sconfitta. I Romani persero l'importante citta di Venafro, sul confine sannitico, oltre ad arretrare in Campania, dove le città di Nola, Salerno, Pompei, Ercolano e Stabia passarono al nemico. Anche Isernia fu costretta alla resa dopo un assedio.
Al nord operavano per i romani il console Publio Rutilio Lupo, che aveva tra i suoi legati Caio Mario, ritornato dall'Oriente. Nel 90 a.C. i Marsi attaccarono l'esercito romano a sorpresa, presso il fiume Tolero, nel territorio degli Equi (interno del Lazio). Il console morì assieme a 8.000 soldati, solo Mario riuscì ad impedire la completa catastrofe continuando la resistenza sul quel fronte.

A quel punto, capendo che l’occasione non si sarebbe presentata mai più, Umbri ed Etruschi si unirono alla rivolta. Un legato romano, Plozio, si scontrò con gli Umbri a Otricoli, spiacevolmente vicino a Roma. Nulla sappiamo dagli storici romani sull’ esito dello scontro. Fatto sta che, subito dopo, alla fine del 90 a.C. il console Giulio Cesare (padre) decise di varare una legge che permetteva a quelle comunità che non erano ancora passate col nemico di acquisire la cittadinanza romana (lex Julia). Questa legge riuscì ad arrestare la rivolta in Umbria ed Etruria, dove le città ancora indecise ritornarono saldamente dalla parte di Roma.

Un' altra legge successiva diede la spallata decisiva. All'inizio del 89 a.C. I tribuni Marco Pluzio Silvano e Caio Papirio Carbone vararono una legge che permetteva di estendere la cittadinanza romana a tutte le comunità che entro due mesi avessero manifestato a un pretore il desiderio di usufruire di tale diritto. La legge seminò grande discordia tra i ribelli italici, incrinandone l'iniziale compattezza d'intenti.

C'è da aggiungere che i nuovi cittadini non furono uniti alle tradizionali 35 tribù latine, ma furono divise in altre 8 tribù aggiuntive, piuttosto poche in rapporto al numero di nuovi cittadini, che pur essendo superiori di numero ai romani, avevano così minor rappresentanza nelle assemblee... ma comunque i primi passi in questa direzione erano stati fatti, e le prime conseguenze politiche non tardarono a ripercuotersi sulla compattezza dei nemici.

Una volta pacificate Umbria ed Etruria, tra manovre politiche e battaglie minori, i romani sconfissero pesantemente i Marsi, che nel frattempo erano accorsi in aiuto degli Etruschi. Strabone e il suo esercito uccisero 15.000 avversari, spegnendo di fatto ogni velleità della tribù ribelle (89 a.C.).
Le operazioni si concentrarono quindi su Ascoli. La città venne assediata e vide la vittoria in battaglia dell'esercito romano, che però non potè subito entrare in città, occupata prontamente da Iudacilio, che ne era prontamente accorso in aiuto. L'assedio continuò ancora per qualche mese, finché i notabili della città decisero per la resa, con la disapprovazione di Iudacilio, che dopo averli condannati a morte, decise di suicidarsi col veleno. I Romani entrarono nella città, uccisero i notabili e deportarono la popolazione. Ascoli era caduta, e con lei Italica, che ritornò ad essere Corfinio (89 a.C.).

Tutto il fronte nord della ribellione crollò. Oltre ai Marsi e ai Piceni, si arresero anche i Vestini e i Peligni.

All'inizio del'88 a.C. la capitale dei rivoltosi si era spostata ad Isernia, i Sanniti capeggiavano la rivolta.

Dopo lunghe e complesse vicende, alla fine, nell’82 a.C. i Romani dovettero cedere: concessero l’amnistia generale a tutti i partecipanti alla rivolta, gli italici furono distribuiti equamente e proporzionalmente fra le varie tribù. C’è da dire, comunque, che per votare di quei tempi occorreva andare personalmente fino a Roma.. cosa che, fra gli abitanti delle povere contrade d’Appennino, ben pochi potevano permettersi.

La soluzione che Roma diede alla guerra sociale fu politica e non militare: le leges lulia, Calpurnia e la stessa Plautia¬Papiria  sono frutto della mentalità giuridica romana, che supera l’elemento etnico, cioè la consanguineitas, ed estende il suo diritto di cittadinanza anche a popoli etnicamente differenziati, come si verifica nel caso degli Etruschi e dei Greci dell’Italia meridionale. I Romani con la civitas offrono l’integrazione in uno stato che supera i confini della urbs e prescinde dal carattere etnico, che costituisce, invece, il principio vitale della unità italica; il diritto di cittadinanza romana è estensibile solo come partecipazione al nomen Romanum e ad una unità basata sul mos, cioè sulla comunanza di ideologia, mentalità, costumi.
 




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Messaggio Re: Gli antichi Umbri

#24  burjan Gio 16 Feb, 2006 23:19

Riprendiamo il nostro viaggio alla scoperta delle città degli Umbri, ed è venuto ormai il momento di parlare di

NARNI (Nequinum, Narnia)

 the_narni_bridge

Grazie ad alcuni importanti elementi, come la scoperta di tombe trogloditiche, il rinvenimento di armi ed arnesi silicei, lo scavo di ossa fossili nelle grotte di Recentino, è possibile rilevare l'esistenza nella contrada narnese di abitatori antichissimi risalenti alla prima età della pietra o, per lo meno, al neolitico.

Narni è posta ai confini con il Lazio, aggrappata ad uno sperone di roccia calcarea immerso nel verde che domina la valle del Nera e la conca ternana. Le sue origini risalgono quindi ai primi stanziamenti urbani della preistoria.

Tra le città umbre più importanti  è annoverata come Nequinum, primo nome della città, sulla cui origine molti autori si sono sbizzarriti: alcuni fanno riferimento alla "nequitia" degli abitanti, altri invece ritengono che il termine debba essere inteso nel senso di “non equo”, non uguale, non piano, riferito al carattere rupestre del suo suolo. Altri ancora interpretano il nome di Nequinum dandogli il senso di "nequibat”, cioè inespugnabile o di "neque inivi", per via delle difficoltà di accesso; c'è infine chi parla di un mitico fondatore Nequino, duca ed eroe di guerra. Il nome muterà in Narnia a seguito della conquista romana ed alla costituzione di una colonia di diritto latino nel 299 a.C.  Il nome di Nequinum, in effetti, suonava in latino di cattivo auspicio, ricordando il verbo nequire, "non essere in grado") Della città preromana, in ogni modo, non è rimasto nulla: le testimonianze archeologiche non vanno al di là del III secolo a.C.

L'espansione di Roma in questa regione dette luogo a due grandi opere: la bonifica dell'altipiano reatino e la costruzione della via Flaminia.
Con la costruzione della Flaminia, Narnia divenne uno snodo stradale di basilare importanza, perché da esso si dipartivano i due rami della celebre via consolare, quello "militare" per Carsulae e Mevania, e l'altro ordinario per Interamna Nahars e Spoletium. Imponenti emergenze che ancora sopravvivono lungo la Flaminia nei pressi della città sono i ponti, fra cui, maestoso nell'arditezza ingegneristica della quale è frutto, spicca il Ponte di Augusto; sul quale la via Flaminia passava le gole della Nera, ad un'altezza di più di 30 metri e per una lunghezza di circa 160 metri.
Del centro urbano, che con la guerra sociale divenne un municipio della tribù Papiria, si può osservare ancora la cinta muraria conservatasi in alcuni tratti del lato meridionale, così come il tessuto urbanistico a griglia regolare, scandito dall'incrocio ortogonale degli assi stradali. Nel territorio, lungo il corso del Nera si strutturarono delle ville rustiche a produzione schiavistica, tra cui quella di proprietà della suocera di Plinio il Giovane, Pompea Celerina.

Nel 31 a C. nasce a Narni Cocceio Nerva, pretore e censore prima di essere nominato Imperatore.

La città è davvero bellissima, piena di cose interessanti da vedere. Noi vi suggeriamo però una visita nel suo sconosciuto sottosuolo:

http://www.narnisotterranea.it/

Come ormai sapranno anche i gatti, il nome latino della città ha veramente ispirato il celeberrimo libro di C.S.Lewis.

http://it.wikipedia.org/wiki/Cronache_di_Narnia
 




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Ultima modifica di burjan il Gio 28 Ago, 2014 22:15, modificato 3 volte in totale 
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Messaggio Re: Gli antichi Umbri

#25  marvel Gio 16 Feb, 2006 23:42

Sempre piú bella ed appassionante questa sequenza di messaggi!
A proposito di Narni, sotto la cittá medievale di Narni si puó fare una bellissima, lunga escursione guidata sotterranea... tra rovine, e gallerie sorprendenti... praticamente é la parte piú antica e romana di Narni.  Ancora non sono riuscito a farla, ma appena posso voglio prenotarmi e vedere... me ne hanno parlato molto bene.
 

PS(Narni sembra aver ispirato anche la leggenda di Narnia)
 




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Messaggio Re: Gli antichi Umbri

#26  burjan Sab 18 Feb, 2006 01:19

marvel ha scritto: [Visualizza Messaggio]
Sempre piú bella ed appassionante questa sequenza di messaggi!
A proposito di Narni, sotto la cittá medievale di Narni si puó fare una bellissima, lunga escursione guidata sotterranea... tra rovine, e gallerie sorprendenti... praticamente é la parte piú antica e romana di Narni.  Ancora non sono riuscito a farla, ma appena posso voglio prenotarmi e vedere... me ne hanno parlato molto bene.
 

PS(Narni sembra aver ispirato anche la leggenda di Narnia)


Grazie per l'apprezzamento, messaggi come il tuo ricambiano di tutte le fatiche.

Ho modificato il messaggio su Narni, inserendo le suggestioni che ci hai proposto.
 




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Messaggio Re: Gli antichi Umbri

#27  burjan Mer 22 Feb, 2006 00:30

I CASTELLIERI

Questo elenco di città potrebbe dare l'impressione che quella umbra fosse una civiltà tipicamente urbana. In realtà lo divenne solo a ridosso della conquista romana; la tipica modalità di insediamento dei nostri antenati viene invece chiamata "paganico-vicanica", dalle parole latine "pagus" e "vicus". Un pagus è formato da diversi vici, ossia da nuclei insediativi sparsi, di modestissime dimensioni, collocati in genere in cima alle colline, dove i primi diboscamenti avevano ricavato campi e pascoli e dove la sicurezza era maggiormente garantita.

Punto di riferimento di questi insediamenti sparsi era il "castelliere", ossia un'area fortificata, probabilmente in gran parte dei casi con una struttura in terra battuta, che veniva utilizzata soprattutto in caso di pericolo e dove confluiva la popolazione in caso di conflitto. Molte di queste strutture arcaiche, risalenti al periodo compreso fra il VII ed il IV secolo a.C, sono ancora ben visibili sui nostri monti. Particolarmente ricco ne è l'Altopiano Plestino. Alcune di queste strutture rimasero in uso, abitate, fino al XVIII-XIX secolo della nostra era.

Il modo più affascinante per scoprirli è la fotografia, aerea o satellitare. E qui entra in gioco la dea bendata: il Folignate, infatti, è una delle pochissime zone dell'Umbria ad essere riportata su Google Earth ad altissima definizione. Ci si può così sbizzarrire a cercare i vari castellieri, con esiti davvero sorprendenti.

Aprite i file allegati, non  sarete delusi.  

doc1.doc
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Messaggio Re: Gli antichi Umbri

#28  Francesco Mer 22 Feb, 2006 12:49

Complimenti !

Sempre più affascinante ed interessante da seguire!
 




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Messaggio Re: Gli antichi Umbri

#29  burjan Mer 01 Mar, 2006 23:12

ASSISI (Asisium)

foto1

Sviluppatasi sulle pendici del Monte Subasio, è posta a controllo della fertile vallata che si estende a sud-ovest. Le più antiche tracce della presenza umana nel territorio risalgono al tardo neolitico.  II centro di origine umbra, di cui si hanno purtroppo poche notizie, nel II secolo a.C. era governato da magistrati locali chiamati uthur,  marones e meddices. Vi sono state trovate importanti iscrizioni in lingua umbra, che testimoniano la netta separazione esistente, nella legislazione di allora,  fra terre appartenenti ai templi e terre di proprietà pubblica. Resti di un santuario con statuine bronzee sono stati individuati alla sommità del colle di S. Rufino. Tracce di mura ciclopiche sono venute alla luce al di sotto di vari muri di costruzione visibili nelle cantine dei palazzi gentilizi.  

Perfettamente ricostruibile è il tracciato delle mura antiche, erette tra la fine del II° e l'inizio del I° secolo a.C.; della cinta, che racchiudeva la parte superiore del colle compresa l'area della Rocca maggiore, restano vari tratti, ma delle cinque Porte originarie è conservata la sola Porta Urbica, all'interno del Palazzo Fiumi-Roncalli. La città era organizzata in una serie successiva di terrazze, sorrette da poderosi muri di sostegno che le donavano un tipico aspetto a gradinate, così come la descrive il poeta Properzio. Questa struttura, scaturita dall'esigenza di superare il ripido dislivello del colle, si trasmetterà pressoché intatta nell'impianto della successiva città medioevale ed è ancora leggibile nella pianta attuale.

In seguito alla guerra sociale, Assisi (89 a.C.) divenne un municipio della tribù Sergia. Parte della sua notorietà è dovuta al fatto di essere la città che ha dato i natali al poeta Properzio. In una sua elegia compare la menzione più antica della città.  La configurazione urbanistica della città antica, conservatasi sostanzialmente inalterata fino ad oggi, si è sviluppata su terrazzamenti degradanti lungo il pendio, che assecondano l'orografia e rispondono ad un gusto dettato dal diffondersi della cultura ellenistica che prediligeva strutturazioni di tipo scenografico.

Dove il terreno è per natura pianeggiante, in altre parole nell'area tra l'odierno Duomo e la Porta Perlici, fu praticato il tradizionale impianto romano a reticolato. Negli ambienti sottostanti la piazza del Comune è conservato un grande Santuario, a torto identificato con il Foro cittadino, dominato dalla slanciata mole del tempio di Minerva, elegante e ben conservata costruzione in stile corinzio, eretta intorno alla metà del I° secolo a.C. Il Foro andrebbe invece individuato nell'area antistante la cattedrale di S. Rufino; nei pressi fu eretto, nel I° secolo a.C., il teatro. Più in alto, presso le mura di Porta Perlici è tuttora visibile un piccolo anfiteatro, occupato da edifici medioevali. Dell'Assisi romana restano numerose testimonianze monumentali: il bellissimo Tempio di Minerva, alcuni resti di templi pagani, il Foro, l'anfiteatro, epigrafi, cisterne, statue e tratti di mura.
 




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Messaggio Re: Gli antichi Umbri

#30  burjan Sab 11 Mar, 2006 23:04

TODI (Tular, Tutere)

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Come dice il suo stesso nome, Todi è per definizione una città di confine. Da sempre sospesa a metà fra mondo appenninico e colline tirreniche, fra Umbri ed Etruschi, fra Terni (con cui sostanzialmente condivide il dialetto) e Perugia. Con un sguardo speciale puntato da sempre verso i Martani, di cui è essenziale retroterra.

Ci volevano gli americani, a ricordarcene la bellezza: ancora fisso nella nostra memoria il ricordo di una ricerca universitaria di qualche lustro fa, che la individuò, nientepopodimeno, come il posto più vivibile dell’intero globo terracqueo.

Posto migliore del mondo o no, Todi rimane pur sempre una città assolutamente abbagliante, magica, che fa rimanere a bocca aperta ogni volta che la si scopre, tutta d’un tratto, sbucare da dietro una curva, o la si mette a fuoco piano piano dal fondo della Valle del Tevere.

Arroccata su un'altura di circa 400 m. s.l.m., la città domina la valle del Tevere in una zona di confine con l'antico territorio degli Etruschi. In effetti,  Todi era una città umbra con funzione di baluardo verso i possedimenti etruschi al di là del Tevere, ma in realtà la sua configurazione etnica rimane dubbia, al punto che talvolta viene definita città etrusca. Da questa particolare collocazione geografica ha forse origine la sua antica denominazione di Tutere, che in umbro vuol dire appunto “confine". Termine strettamente imparentato con l’etrusco “tular”, di pari significato.  

Oltre alle tracce di frequentazione che risalgono al Neolitico, la documentazione archeologica a nostra disposizione diventa cospicua a partire dal V secolo a.C. e soprattutto con i due secoli successivi.

Della Todi preromana rimangono molte significative testimonianze.

La presenza di un elevato numero di oggetti in bronzo d'importazione o d'ispirazione etrusca, rinvenuti nei corredi tombali,  dimostra che il centro era particolarmente ricco e florido. Alcuni di questi corredi costituiscono l’orgoglio del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.

Realizzata tra il III ed il I secolo a.C., una massiccia cerchia di mura abbraccia due colli, raccordati tra loro da una complessa struttura muraria fondata su alti pilastri che sostengono volte; su queste ultime si distende un piano artificiale: la Piazza Grande.

Sempre alla fine del IV – inizio del III secolo risale la splendida serie monetale, custodita oggi nel Museo Civico. Todi inizia a battere moneta ben prima della stessa Roma, e lo fa da grande città: supera molto presto la primitiva fase dell’”aes rude” e batte prestissimo monete di grande qualità, che gli archeologi troveranno sparse per tutta l’Umbria. Non è azzardato ritenere che la valuta tuderte fosse l’unità di conto più diffusa e la moneta di scambio corrente dei nostri antenati, in tutta l’Umbria occidentale.

La più importante eredità di Tular è senz’altro il “Marte di Todi”, rinvenuto nel 1835 presso le mura del Convento di Montesanto e conservato attualmente nei Musei Vaticani. Considerato un capolavoro della statuaria etrusca, risale ai primi decenni del IV secolo a.C.: la figura è alta 1,42 metri, si appoggia sul lato destro, e nella mano sinistra presentava una lancia di ferro, che si è spezzata in tre frammenti a causa della forte ossidazione; sono assenti i bulbi degli occhi che vennero rubati essendo costituiti d’argento, mentre i piedi presentano ancora sotto le piante il piombo che li assicurava al piedistallo. Pendente sotto la corazza, la lorica rivela nitida l’iscrizione votiva “Ahal Trutitis Dunum Dede”: Ahal Trutitis, il donatore di Marte, fu probabilmente oriundo celta etruschizzato, dal momento che il santuario di Montesanto proponeva valori ideali che si conciliavano con l’espansione economica e, oltre a rafforzare gli scambi con il Mezzogiorno, rendeva Todi uno dei maggiori approdi dell’emigrazione celtica, da tempo gravitante sulla media valle del Tevere.

Conquistata da Roma fra la fine del IV e l’inizio del III sec. a.C., , partecipò con un suo contingente, nel 218 a.C. ,alla battaglia del Ticino contro Annibale.
In età romana, dopo la guerra sociale, Todi divenne un municipio della tribù Clustumina, ed essendosi schierata con la fazione dei Mariani durante la guerra civile, subì il saccheggio da parte di Crasso. Nel 42 a.C., dopo la battaglia di Filippi, Todi ricevette il titolo di Colonia Iulia Fida.

Con l'età imperiale, nel territorio, molto fertile, solcato da corsi d'acqua navigabili, si insediarono molte ville rustiche, e si ha notizia che tra queste vi fossero anche dei possedimenti imperiali. All'area territoriale che gravitava nell'orbita di Tuder apparteneva la zona denominata dalle fonti come Vicus Ad Martis Tudertium, presso l'odierna Massa Martana.

L'incremento demografico che si registra in quel periodo rende anche necessaria la costruzione di un terrazzamento che circonda la città nei suoi lati orientale e meridionale, costituente di per sé un ampliamento delle mura preesistenti. Della città romana rimangono ancor oggi numerose testimonianze: i frammenti di colonne della Cattedrale, il lastricato di travertino e le grandi cisterne sotto la piazza, la pavimentazione a mosaico di alcuni edifici pubblici. Il Teatro viene costruito al di sopra del muro di terrazzamento orientale, ed il Mercato occupa l'area delimitata dalla poderosa muratura a nicchie semicircolari, altra struttura di contenimento edificata per colmare il dislivello tra le due cerchie fortificate della città. L'Anfiteatro sorge invece in un'area pianeggiante fuori della città, sulla strada che collega con la Via Flaminia. Vengono edificati altresì i Templi di Giove, Minerva, Giunone, Marte e le Terme.


Il Museo di Todi: http://www.comune.todi.pg.it/index1.php?mod=32&show=a3
 




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